lo strano umorismo di casa Clapis
Italia multietnica
Scritto da Piervittorio Formichetti   

 

Immaginiamoci due ragazzi, due giovani uomini, entrambi sbarbati, il primo vestito con una t-shirt e il secondo a torso nudo e piuttosto muscoloso.

Immaginiamoci ora quello dei due interamente vestito che fa mettere quello a torso nudo davanti ad una porta e per entrare, anziché suonare normalmente un campanello, preme a mano aperta il suo naso. Adesso immaginiamoci il ragazzo vestito alla guida di una macchina, che per farsi strada tra il traffico, anziché suonare il clacson, preme di nuovo la faccia del suo compagno, che stavolta sporge da sotto il volante come un vero e proprio accessorio. E poi altre scene, in cui il ragazzo vestito “adopera” quello a torso nudo di volta in volta come appendiabiti, in piedi e a braccia allargate su cui appende i propri vestiti; o come asse da stiro, cioè sdraiato su un tavolo e stirando degli abiti col ferro da stiro sul suo torace; poi c’è la scena del phon, cioè, appena lavatosi i capelli, asciugarli esponendoli all’aria soffiata dal ragazzo a torso nudo; quest’ultimo poi è anche usato come veicolo ecologico, cioè cavalcandolo mentre corre in un tratto di strada cittadina, e come tappeto – di cui si specifica anche il valore di 5000 euro! – sdraiato per terra a mo’ di pelle di tigre o d’orso, con tanto di bocca spalancata, davanti ad un divano e su cui il ragazzo vestito appoggia i piedi mentre legge un giornale; e infine, immaginiamo il ragazzo vestito che cerca di far entrare nel freezer, spingendogli la testa e tentando di chiudere lo sportello, il compagno stavolta nei panni – testualmente – di un surgelato.

 

 

Non so se scene del genere abbiano fatto ridere; nel caso che no, proviamo ad immaginarle di nuovo tali e quali ma aggiungendo un particolare: dei due ragazzi quello con la t-shirt è un “bianco”, e quello a torso nudo e muscoloso è inequivocabilmente un africano; chiamiamolo, rozzamente, un negro.

Allora immaginiamo il ragazzo bianco che adopera il ragazzo negro come campanello o come clacson, premendogli la faccia col palmo della mano per “suonarlo”; immaginiamo il ragazzo bianco che si serve del ragazzo negro come appendiabiti, come phon, come tappeto da 5000 euro (chissà poi perché, né più né meno…!) su cui appoggiare i talloni mentre è sul divano, e dulcis in fundo come surgelato da rinchiudere nel freezer.

Adesso che abbiamo visto che tra i due personaggi la parte dell’oggetto utilizzato è quella svolta dal ragazzo negro e seminudo e quella del proprietario-utilizzatore dal ragazzo bianco e vestito, queste scene avranno fatto (più) ridere?

Bisognerebbe domandarlo agli autori di questa serie (peraltro incompleta) di video che si trovano su Youtube e su siti internet o portali che da esso li “mutuano” (per esempio il sito comico L’Omino delle cazzate – e qui un antico romano avrebbe sentenziato: Nomen omen, il nome è destino) che si intitolano, a seconda dei casi, Il campanello di casa Clapis, Il nuovo tappeto di casa Clapis, eccetera, realizzati da un tale Federico Clapis, probabilmente milanese, e lo stesso interprete “bianco” dei filmati descritti.

è ovvio che per realizzare filmati come questi, il “bianco” Clapis non è veramente razzista verso il suo compagno di colore e quest’ultimo, dato che vi si presta, non si sente e non è veramente maltrattato in quanto “negro”; ma allora perché l’uno e l’altro realizzano e pubblicano questi video? Personalmente vorrei credere che dietro l’abito della scenetta assurda ci sia un’attività di “sondaggio” dei commenti da parte del pubblico, per esempio attraverso il social network Facebook – dove oltre a commenti del tipo “Bisognerebbe trattarle davvero così ’ste scimmie” ce n’erano per fortuna anche altri che ritenevano delle gags come quelle delle stupidaggini per nulla comiche, o delle vere e proprie stro…ate – con il fine appunto di monitorare se prevalga sugli spettatori l’aspetto comico dell’assurdo o, viceversa, l’aspetto razzista, e tentare allora di contrastare quest’ultimo. Però temo che in realtà le gags di Clapis e del suo amico di colore siano realizzate con il solo scopo di far ridere; e qui bisogna spiegare (e spiegarsi) meglio. Potrebbe anche far ridere vedere un uomo che fa da asciugacapelli o da veicolo ecologico per un altro, magari puntando sul fatto che così si risparmierebbe sul consumo dell’energia elettrica o sull’emissione di agenti inquinanti; ma il brutto è che qui sembra palese il fatto che se l’uomo-oggetto delle gags di casa Clapis NON fosse negro, sicuramente qualcuno NON troverebbe nulla da ridere in interpretazioni come quelle.

La cosa è banale e forse proprio per questo non è facile ragionarci sopra, ma l’elemento comico semplicemente viene fatto coincidere con il fatto che un negro viene usato come un oggetto e dunque come servo o come una cosa proprio in quanto negro. In sostanza farebbe ridere il fatto che il suo padrone ne possa fare quello che vuole, dal tappeto al surgelato. A questo punto ci si deve chiedere quale mentalità si debba avere per trovare comico che un negro – e non uno svedese, un francese o un italiano… – venga presentato come una cosa; è probabile che però se si provasse a rappresentare le stesse scenette con al posto di un personaggio di colore un bianco, qualche spettatore, non vedendo nessun elemento somatico che indichi la (presunta) inferiorità e quindi utilizzabilità di uno dei due personaggi da parte dell’altro, anziché mettersi a ridere direbbe soltanto: Ma che caspita fanno questi due!?

Come se invece fosse normale che faccia ridere vedere una persona che fa da oggetto per un’altra, come assistendo ad un intramontabile classico della comicità (tipo lo scivolone sulla buccia di banana, da Stanlio & Ollio a Fantozzi). Se però il razzismo è vissuto – anzi fruìto, come un prodotto di consumo – da parte del pubblico come un classico del comico proprio perché si presenta con caratteristiche sempre uguali a se stesse, in realtà c’è poco da ridere; si potrebbe dire, con un doppio gioco di parole, che qualcuno non ha capito che cosa sia realmente l’umorismo nero…