Libertà a buon mercato
Articoli - racconti
Signora, indossi il velo. Stiamo per atterrare!» sussurrò la mia compagna di viaggio, mostrandomi il suo foulard ancora piegato. «Nel mio paese, in Iran, dobbiamo rispettare delle regole di apparenza... nelle nostre case poi... possiamo vestirci come vogliamo... è solo una questione di apparenza!». Ci lasciammo al controllo passaporti. Io proseguii per l’aeroporto di Mehrabad. Prima di partire avevo letto Kapucinsky, Nafisi Azar, Moaveni Azade, Hamid Zieradi... I siti delle associazioni umanitarie internazionali denunciavano: lapidazione, impiccagione, tortura, negazione dei diritti umani, censura, violenza, morte. Ero stata invitata al matrimonio di Mojtaba, fratello di Shahyar, conosciuto durante un viaggio in Malesia. Stavo andando a casa di sconosciuti, seppur accompagnata da mio fratello. L’aeroporto di Mehrabad era una fotografia in bianco e nero, fermo agli anni settanta. Mi piaceva. Non c’erano pretese. Mentre aspettavo il volo per Shiraz, pensavo a quelle donne che negli anni settanta passeggiavano per le vie di Teheran in minigonna, con gli occhiali scuri. Qualcuna fumava. Con lo Scià, la corruzione c’era, ma se non altro la violenza era assente. L’avevo studiato sui tomi a casa. Seduta su quelle poltrone sfondate in similpelle, guardavo le donne iraniane. Ero lì per scrivere di loro. Infagottate nei manteau badavano ai loro figli. Non mi sembravano impaurite, sottomesse, represse. Una di loro rincorreva un bambino di un paio d’anni. Il foulard dai disegni geo-

metrici lasciava intravedere lunghe ciocche di capelli corvini. Finalmente ci imbarcammo per Shiraz. La mia vicina di posto mi sorrise offrendomi un pistacchio. Parlava un buon inglese. Dopo i primi convenevoli mi addentrai nel labirinto delle domande che dovevano avere una risposta. «Lavoro in banca a Shiraz. Sono stata a Teheran dai miei fratelli...». Poi a un sobbalzo dell’aereo si mise a ridere: «... le linee interne sono le più pericolose. Mancano i pezzi per fare manutenzione agli aerei... Solo i voli intercontinentali sono sicuri perché trasportano voi occidentali... Allora, gli americani ci consentono di fare manutenzione...». Si chiamava Maryam. Laureata in Economia a Tabriz, amava l’Iran, non andava alla moschea, ma rispettava il Corano. L’aereo scese in una pista sperduta nella terra arida fra i monti Zagros. Ci sistemammo i foulard. Ritirati i bagagli e passato il controllo passaporti ci ritrovammo in una spianata ordinata e ombreggiata da palme e da alberi, in attesa dell’amico Shahyar. Maryam mi lasciò il suo numero di telefono: «Mi raccomando... chiamami... Sarò felice di accompagnanti a visitare la città... comunque aspetto con te l’amico di Shiraz...». In qualche modo si sentiva responsabile di noi. Intuii che voleva verificare di persona che quest’amico iraniano non fosse un malfattore. Maryam mi confermò ciò che una conoscenza iraniana, italianizzata da anni, mi aveva raccontato: «Gli iraniani sono molto ospitali... specialmente nei confronti degli stranieri...noi iraniani vorremmo far comprendere al mondo che non siamo dei sanguinari come ci dipingono i giornalisti occidentali...». Iniziai a capire. Shahyar arrivò un po’ in ritardo. Addormentato ed emozionato. Sorrideva. Maryam parlò a lungo con lui. Poi si lasciarono sorridendo. Lei mi salutò: «È una bravissima persona... comunque stasera ci vedremo... ti vengo a prendere... andremo a visitare Bagh-e Eram!». Ci salutammo con un abbraccio.

Questo era l’Iran.

Shahyar viveva in un quartiere residenziale. Figlio di gente laboriosa e rispettosa delle tradizioni, primo di tre fratelli, da due anni viveva in Svizzera con una borsa di studio da ricercatore.  La casa era grande e spaziosa. Un salotto composto da divani e poltrone dorati, mi ricordava quelle case arabe della rivista Restructura, che da studentessa presentavo agli stand di Torino Esposizioni.  Una fontanella dietro la balaustra di marmo spruzzava zampilli al suono di una melodiosa musica persiana. Sua mamma mi aspettava in cucina. Piccola e tondetta, come un vaso di marmellata di datteri,  era sorridente. Indossava pantaloni morbidi, una maglietta colorata e il capo scoperto. Si spiegava in inglese con difficoltà, ma si faceva capire con i gesti. Generosa, ospitale e materna. In un attimo preparò la colazione: uova, formaggio salato, yogurt, datteri, pane arabo, pomodori e cipolle. Mangiammo tutti insieme. Era come essere a casa.

Maryam arrivò puntuale alle cinque. Una volta in casa, si tolse il velo. A Maryam piacevano i colori forti: rosso, verde, turchese, rosa.  Sotto il manteau rosso indossava una t-shirt a stampe colorate e un paio di pantaloni scuri. Era bella. Truccata quel tanto che bastava a far risaltare i grandi occhi scuri e le labbra pronunciate. Scoprirono di essere parenti. Si abbracciarono e poi parlarono fitto fitto. Maryam mi spiegò che la mamma d Shahyar i le aveva chiesto se era promessa. Lei rispose di no.

Maryam, come tutte le donne iraniane, aveva un’auto sua, una Peugeot bianca, un po’ ammaccata, vecchia di più di vent’anni. Aveva uno strano modo di guidare, usava in modo eccessivo il freno a mano: ai semafori, agli stop, nelle rotonde, in fila per girare. A volte si metteva un paio di guanti in un materiale che pareva seta. «Voglio proteggere le mani dai raggi del sole....qui a Shiraz è molto forte!». Fu quel giorno che mi chiese se ero sposata. Poi mi raccontò la sua storia: «Ho trentatré anni... vorrei trovare marito. I parenti mi hanno fatto conoscere più di un ragazzo. A me non piaceva nessuno di loro... Ne vorrei uno che mi amasse e mi rispettasse... non sono obbligata a sposarmi»,  concluse mentre posteggiava vicino all’ingresso dei giardini di Bagh-e Eram. Camminammo a lungo. Era un luogo speciale. Ci sedemmo vicino a un torrente. «Qui ti puoi togliere il velo, se ti dà fastidio. Nessuno ci può vedere!». Le chiesi della rivoluzione islamica, della sua famiglia. «Io non l’ho vissuta...mia madre mi racconta che prima eravamo molto più liberi...con lo Scià. Sua moglie Farah Diba era molto amata dal popolo... si ė messa al servizio delle donne... ha voluto che le donne, in numero sempre maggiore, avessero accesso all’Università.». Le feci un cenno perché proseguisse:«Lo sai che la scolarità delle donne iraniane è molto alta? Che le donne ricoprono cariche importanti in Parlamento?». Mi aspettavo un sermone contro la politica del momento. Attaccai con la domanda più imbarazzante: «... è vero che le donne vengono lapidate in piazza?... ho letto che pochi mesi fa una giovane donna colpevole di adulterio è stata ammazzata così... sotto gli occhi sei suoi figli e dei suoi parenti... ». Maryam alzò gli occhi al cielo: «... propaganda!».

Poi ce ne andammo.

«Vedi quell’auto? Sono della polizia di costume.». Mi aggiustai il velo: «Mi devo spaventare?». Lei mi sorrise: «No!». «Allora a cosa serve la polizia di costume?». «Una ragazza non può fare delle effusioni in pubblico con il suo ragazzo…  non può tenerlo per mano...  non può fumare, deve essere coperta. Ma questo solo in pubblico... nelle nostre case o nei nostri giardini privati in montagna noi indossiamo i pantaloncini, le magliette, a volte i bikini. Mia sorella fuma... giochiamo, nuotiamo... ci divertiamo... a volte ci sono i fratelli sposati..a volte anche no!», mi confidò sorridente. «Vedrai al matrimonio... dimenticavo... ci sarò anch’io!».

Ci rivedemmo al matrimonio di Mojtaba, pochi giorni dopo. Verso le sei di sera un corteo di auto lucide e infiocchettate partì alla volta di un giardino privato fuori Shiraz, in collina. All’interno di quel recinto delimitato da un alto muro tirato a calce, erano disposti una cinquantina di tavoli vestiti di bianco e adornati di fiori e frutta. Un palco completo di attrezzatura e strumenti musicali, una pista da ballo con luci stroboscopiche. Gli ospiti iniziavano ad arrivare. Gli uomini in smoking, seri ed eleganti. Le ragazze più giovani in minigonna e tacchi alti, quelle fidanzate o in cerca di marito in lunghi abiti di paillettes e seta che scoprivano le spalle e la schiena. Tutto quello che vedevo non c’era scritto sui miei appunti di viaggio. Maryam indossava un abito sopra il ginocchio di seta pesante color smeraldo. Il collo, il décolleté, la schiena lasciati a nudo la facevano apparire più bella e più seducente. Non c’era nulla di volgare. Solo la voglia di stare insieme, di ballare, di cantare al suono di quella musica che invadeva la vallata di note. Poi arrivò la polizia. Mi spaventai. Maryam mi sorrise. «Tranquilla...». «... mi devo coprire?» le domandai, non senza paura. Lei mi sorrise ancora. Si spensero tutte le luci. Il silenzio. I ragazzi che suonavano sul palco fecero sparire l’attrezzatura elettronica. La mia amica mi prese per mano. Il silenzio era totale. Ero in una vallata ai piedi del monte Zagros. La polizia islamica era di là da quel muro. Ancora silenzio. Eravamo tutte colpevoli di essere in un giardino privato... uomini e donne insieme.  La legge era chiara: per le feste giardini o sale separate... uomini da una parte donne dall’altra... altrimenti la pena è le frustate? Forse. Le luci si riaccesero. I ragazzi montarono l’attrezzatura e la musica ripartì. «Vedi... tutto risolto... la polizia è stata liquidata con circa trenta dollari...». La festa continuò fino a tarda notte. Poi l’ultima canzone, Iran Iran, il vecchio inno nazionale. Giovani e meno giovani raggiunsero la pista e con le mani rivolte verso il cielo, salutarono cantando il nuovo giorno che stava sorgendo.

«30 dollari per avere la libertà? In fondo è un buon affare!», pensai  tra me, godendomi lo spettacolo.

Iran, paradiso meraviglioso

che illumina il mio destino

Anche se il fuoco pioverà sul mio corpo

Solo il tuo amore io farò fiorire nel mio cuore

Io sono fatto del tuo amore, acqua e terra


Se il tuo amore mi lascerà,

terra diventerà il mio cuore…